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Due lettere a psico-prof in tema di tirocinio post lauream e di tutoring nei confronti di giovani psicologi

 

di Leonardo Angelini 

 Novembre 2000

 

1. Sul tirocinio …

Fra i tanti obiettivi che gli psicologi dovranno darsi nei prossimi anni vi è, a mio avviso, quello della riforma del tirocinio post-lauream. E, siccome orami da vari anni svolgo funzioni di tutor di giovani colleghi usciti dalle facoltà di psicologia, mi preme dire la mia su psico-prof su questo tema.

In primo luogo, a mio avviso, è la collocazione post-lauream del tirocinio degli psicologi il primo elemento che occorre mettere in discussione. E ciò per vari motivi:

·    innanzitutto la scissione fra apprendimento formale e tirocinio (attività che in larga misura si basa sugli altri due perni dell’insegnamento, e cioè l’esempio ed il precettorato) determina una pericolosa divaricazione fra teoria e pratica poiché, da una parte, circoscrive l’università come un mondo a sè, collocato in una specie di ‘iperuranio’ separato dall’esperienza, dall’altra riduce il terreno stesso dell’esperienza a quello di una pratica venduta (sarebbe forse meglio dire svenduta) al giovane come qualcosa che non merita tante attenzioni. Si pongono così le premesse sulle quali si costruirà poi un enorme equivoco sul significato che l’esperienza in generale, e l’esperienza pratica, in particolare, assumono del soggetto in formazione.

·    In secondo luogo viene meno ciò che proficuamente si è sviluppato da lunghissimo tempo nei paesi anglosassoni, e che in Italia, in altri ambiti della formazione dei social workers , comincia a funzionare bene (penso alla ormai consolidata esperienza di tirocinio tipico della formazione degli assistenti sociali, e alle recenti disposizioni che, pure in ambito universitario, si sono dati in 'Scienze dell’Educazione'), cioè la definizione del percorso di tirocinio come momento costitutivo della professione e l’inquadramento dell’attività di tutoring come importante punto di sutura nel rapporto fra più generazioni di professionisti.

·    In terzo luogo viene meno ampiamente nel tirocinio post lauream quell’importante supporto che il tutor può dare al proprio tirocinante nell’attutire le ansie, le angosce e, più in generale, i problemi che lo studente – tirocinante affronta nell’impatto sia con il luogo di tirocinio, sia, ancor prima (non dimentichiamolo) nei confronti dell’istituzione università, alla quale lo studente appartiene fino all’esame di stato. Altrimenti l’università diventa un luogo di massacro dei giovani, che – abbandonati a se stessi – sono sottoposti a criteri di selezione dei futuri professionisti a dir poco impropri (provate a chiedere ai neolaureati non afflitti dalla Sindrome di Stoccolma nei confronti degli ex – docenti cosa dicono dell’università di oggi).

·    Infine, attraverso il prolungamento di due anni della data di ingresso nel mercato del lavoro, si determina un artificioso impedimento al lavoro, che forse è l’unica vera ragione che ha spinto il legislatore all’invenzione del tirocinio post lauream. Ma ciò, in una società che si dice basata sul mercato, è un residuo protezionistico paleo, oltre che una invenzione perversa tendente a mortificare i giovani. Qualcosa in ogni caso che non può vedere, ad esempio, l’Ordine schierato a difesa delle rendite di posizione già acquisite, poiché così la professione è destinata a perire, o ad essere fortemente ridimensionata.

Insomma, in un momento di ridefinizione dei corsi di laurea, e dopo vittoria sulla 4932, penso che non sia secondario ri\discutere e riproporre all’ordine del giorno il tirocinio e l’attività di tutoring, che ad esso è strettamente connessa, e che merita una uguale e parallela attenzione. Cosa che mi ripropongo di fare con una mia successiva. Spero, anzi, che su questi argomenti e, più in generale, sui rapporti fra varie generazioni di psicologi sorga fra noi un proficuo dibattito

 

2. Sull’attività di tutor

Ringrazio innanzitutto l'amico Piero Porcelli per la sua risposta alla mia precedente sul tirocinio. Condivido le sue preoccupazioni e le sue proposte affinché l'Ordine si doti degli strumenti necessari per favorire quel "raccordo generazionale" fra giovani che si affacciano alla professione di psicologo e meno giovani che, nel bene e nel male, hanno contribuito a delineare, con la loro presenza e la loro opera, il profilo attuale della professione nel pubblico e nel privato in Italia.

Teniamo presente anche in questa circostanza che il nuovo nasce dal vecchio in maniera più o meno armonica, più o meno polemica con esso; che un elemento di novità che non nasca da un confronto-scontro con la tradizione rischia di essere naïve (se non mostruoso, nel senso etimologico del termine).

Nella mia del 6.11 avevo sollevato il problema dal punto di vista del tirocinante. Oggi vorrei partire dall'attività e dalle funzioni del tutor di tirocinio.

L'attività di tutoring oggi viene svolta da colleghi (fra i quali anche il sottoscritto) che, ai fini della loro qualificazione in quanto tutor, sono tenuti ad avere più di cinque anni di anzianità. Punto.

Questo criterio, che definirei di minima, ovviamente non è sufficiente a qualificare seriamente il tutor.
Piero, nella sua del 7.11, chiede opportunamente all'Ordine di "elaborare un progetto strategico complessivo sulla formazione degli psicologi".Concordo con lui che quello sulla formazione dei tutor di tirocinio debba essere uno dei  capitoli di questo progetto. Altrimenti le cose sono destinate a rimanere come stanno oggi:

·    laddove l'attività dei tutor di tirocinio è affidata alla spinta volontaristica dei singoli tutor, alle loro esigenze di tipo integrativo e suppletivo che risultano preponderanti rispetto a quelle di tipo formativo dei tirocinanti;

·    laddove, di conseguenza, spesso il tirocinante è chiamato ad un eccesso di lavoro di "segreteria" che va a compensare, nei fatti, la mancata remunerazione dei tutor;

·    laddove, alla fine del tirocinio, nulla o quasi viene richiesto al tirocinante da parte dell'Università come rendicontazione del lavoro di un anno svolto, senza alcuna remunerazione anche per il tirocinante, e spesso con grandi sacrifici personali. Mentre poi si perdono letteralmente sei mesi per superare l'esame di stato in cui, una commissione di tuoi ex-docenti, che magari ti hanno promosso con 110 e lode, ti risentono sui testi (!!!) del primo anno;

·    laddove, in positivo, un grande cambiamento viene veicolato dallo scambio fra tirocinante e tutor poiché il tirocinante, dopo un anno di scambi con il tutor, da laureato si trasforma in professionista, ed il tutor si arricchisce dagli apporti e dalle sfide che vengono dal più giovane, che, per lo meno,  lo costringono a (ri)assumere un atteggiamento riflessivo sul proprio lavoro.

Spero, "con questa orazion picciola", di essere riuscito a rendervi "aguti", cioè appassionati a questo problema che, in fondo, è quello di esaltare le importanti funzioni formative, di trasmissione del sapere e di "raccordo generazionale" connesse all'attività di tutoring di tirocinio, funzioni che non possono essere lasciate al caso o a quel "iperuranio" lontano dall'esperienza e disinteressato, di fatto, al tirocinio  che è tuttora l'università italiana.

Nel gruppo di lavoro istituzionale che abbiamo messo in piedi a Reggio E. sul rapporto fra tirocinante e tutor stiamo dibattendo questi temi, cercando di vederli sia dal nostro punto di vista particolare di psicologi, sia da un punto di vista generale che riguarda tutte le professioni di cura, e che non può non partire da una analisi puntuale, cioè aggiornata, delle modalità di accesso dei giovani nel mercato del lavoro oggi.

Grazie per l'attenzione