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Chi ha
paura dei giovani psicologi?
di Leonardo Angelini
C'è uno spettro che si aggira per l'Italia: quello del giovane psicologo. Ne parlano con terrore sindacalisti delle corporazioni professionali e docenti delle facoltà, psichiatri imbarcati nel Polo ed autorevoli membri dell'ordine, corporativisti dell'ultima ora e falsi "liberisti" che alzano lodi al mercato solo quando conviene a loro. Sostanzialmente le proposte avanzate da tutte le parti che hanno voce in capitolo sono di erigere steccati, vere e proprie barriere doganali a difesa degli orticelli appena appoderati, moltiplicare gli esami, diversificare gli sbocchi, squalificare i corsi di studio, tenere in una situazione di marginalità le scuole non asservite all'accademia, e, nello stesso tempo, creare delle sine cura destinate a formare, sul preclaro esempio di molte facoltà e professioni già corporativizzate, nipoti, parenti, compari e comparielli. E' ora di dire basta a chi fa scempio dell'impegno dei giovani! E' ora che i giovani, soprattutto quelli che ancora non sono dispersi nei mille luoghi del tirocinio o a casa in attesa di un posto, ma che si incontrano, si guardano in faccia, si studiano timorosi di vedere nell'amico, nel compagno di studi di oggi il concorrente di domani, è ora che loro, insieme ai più accorti dei loro colleghi più anziani facciano sentire la loro voce solidale! Ed a loro vorrei rivolgermi soprattutto nel proporre i cinque punti che seguono che vogliono essere un primo contributo per stimolare una riflessione che sfoci nella espressione di quella parola che manca nel dibattito attuale sul destino della nostra professione, la loro. 1. Alla fine del biennio iniziale degli studi, a mio avviso, sarebbe opportuno distinguere fra coloro che hanno totalizzato, negli esami fondamentali, una media superiore a tot\trentesimi e coloro che non l'hanno totalizzata: per i primi, e solo per i primi, dovrebbe essere possibile iscriversi nell'indirizzo sperimentale, quello dei futuri Proff. e ricercatori. In questo modo, a mio avviso si potrebbe attutire quella tendenza da parte dei docenti dei primi anni a richiedere narcisisticamente che lo studente di psicologia sia una specie di fotocopia del proprio pensiero psicologico: questo va bene se la selezione che il docente fa è quella di reperire coloro che perpetueranno ed innoveranno il suo lavoro, non è per niente comprensibile per tutti gli altri. Togliamogli quest'ansia e forse saranno meno carogne! 2. Anticipare il tirocinio fin dal primo anno di studi, facendo degli ampi accordi (remunerati) soprattutto con le istituzioni pubbliche (Usl, etc.) e private che hanno psicologi nei propri organici, oppure, sempre con forme di tutoring esercitate da psicologi già patentati, in istituzioni che possono diventare terreno di osservazione per giovani psicologi (penso agli asili nido ed alle scuole materne, o alle scuole dell'obbligo, ad esempio). Si potrebbe prevedere un crescendo di impegno che da un minimo di ore di tirocinio nel primo anno, vada a definire, nel secondo triennio un monte ore che alla fine consenta di eliminare l'odioso anno di tirocinio e di accedere all'esame di stato subito dopo la laurea. Ciò consentirebbe al giovane futuro collega di vedere de visu che cos'è la professione, all'anziano di esprimere, con una valutazione di fine anno, un voto sulla capacità del giovane di procedere, ed un parere sulle difficoltà eventualmente incontrate. Parere che potrebbe essere discusso il sede accademica con i responsabili accademici del tirocinio e che potrebbe concludersi anche con la raccomandazione di cambiare aria (specie nei primi due anni). 3.Centrare la tesi di laurea sull'indirizzo scelto dal giovane e prevedere la possibilità che, insieme al relatore possa esserci anche un correlatore esterno all'università. Accettare proposte di tesi esterne agli esami di indirizzo solo se motivate dal giovane. Questo per minimizzare il rischio che il grande sforzo fatto in questo momento finale della formazione accademica sia fatto a vuoto. 4.Centrare l'esame di stato sul tirocinio, che diventerebbe così il momento finale della formazione in situazione. Sono d'accordo con Michelin sul fatto che siano gli ordini ad organizzare gli esami di stato, a patto che, però, le commissioni di esame siano istituite con le norme di un qualsiasi concorso serio. 5. Promuovere la nascita, da parte delle università e dei privati di scuole di specializzazione non solo in psicoterapia, ma in tutti i campi applicativi della psicologia, fissando dei criteri di validazione dei curricoli e dei docenti che siano discussi con i rappresentanti degli psicologi che già lavorano e che agiscano sotto il controllo dell'ordine e dello stato. Questo, a mio parere è l'unica possibilità concreta che la miriade di colleghi sopravvissuti alla selezione fatta da parte dell'università si distribuisca in maniera oculata nel mondo del lavoro e vi acceda con il massimo di competenza e di autoconsapevolezza di ciò che li attende ed è a loro richiesto, non tanto dalla scienza quanto dalla professione. E che il mercato poi faccia il resto.
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