Appunti per una microstoria dei servizi psichiatrici
per minori di Reggio Emilia dal 1968 ai giorni nostri
di Leonardo Angelini e Deliana Bertani
(apparso in :"Manicomio ultimo atto - bilanci, rischi, prospettive
della chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici in Italia" - a
cura di P. Tranchina e M.P.Teodori, numero speciale di Fogli di
Informazione, Centro di documentazione, Pistoia, giugno-agosto 1996, N.170)
Accingersi a fare una storia, così come abbozzare una microstoria, è
sempre un atto significativo. Così come è un segno la rinuncia a
descriversi, ad autorappresentarsi, ad iscriversi all’interno di una
propria mitologia familiare.
In entrambi i casi si tratta di decidere che atteggiamento prendere
non solo nei confronti del passato (del mito), ma anche, e soprattutto
di come conciliare e coniugare passato, presente e futuro.
Oggi, in un’epoca di ri\dimensionamento del welfare reggiano ed
emiliano-romagnolo - ri\dimensionamento che sta avvenendo secondo
linee di ristrutturazione che in buona parte sono solo il riflesso
galvanico di ciò che sta avvenendo a livello nazionale (vedi come è
stato applicato qui da noi il progetto di riforma De Lorenzo ) -
riflettere sul proprio passato in termini non nostalgici diventa prima
di tutto un atto di autonomia rispetto alle trame aziendalistiche e
toyotistiche che pericolosamente e adialetticamente stanno venendo
avanti.
Tenteremo perciò, con questo spirito, di tracciare il canovaccio di
una storia, più che una vera e propria storia : il canovaccio di una
microstoria locale, che, per l’adialetticità dei processi di
trasformazione in atto nel nostro territorio, rischia, fra un po’, di
non poter essere più raccontata, o di esser trasfigurata dal racconto
di nuovi soggetti più o meno interessati a rimanere fedeli alla sua
trama originaria, più o meno in grado di attingere alle biografie di
prima mano che l’hanno sostanziata.
Prima, però, di abbozzare il nostro canovaccio, è necessario fare una
premessa sulla natura del welfare italiano, poiché altrimenti si
rischia di non comprendere il significato discriminato che in Italia
hanno assunto, nei 30 anni scorsi, concetti quali : servizio
psichiatrico territoriale, operatore psichiatrico dell’età evolutiva,
etc. -
2. I
nuovi servizi psichiatrici per l’infanzia dell'Emilia e Romagna, e di
Reggio Emilia in particolare, cominciano ad avere una certa
consistenza allorché, agli inizi degli anni 70, nella nostra regione
nacquero i servizi territoriali. E' nell'atmosfera intrisa di
sperimentalismo che avvolgeva questi nuovi servizi che gli operatori
del pubblico cominciarono ad emettere i loro primi vagiti.
Spesso, nel ricordare a 30 anni di distanza quegli inizi, non si fa
sufficiente attenzione al fatto che il modello del welfare italiano
non è un modello univoco. Infatti in quel periodo in Italia non tutte
le regioni presero la strada dello Stato Sociale, cioè dello stato che
eroga servizi, ma, anzi, molte regioni (e non solo quelle meridionali)
optarono per una concezione diversa del welfare, e cioè per quello che
gli economisti chiamano Stato Assistenziale, che prevede non
l’erogazione di servizi, ma la distribuzione più o meno a pioggia
delle risorse sotto forma di sussidi.
Cominciò così una divaricazione che prese la sanità, e non solo la
sanità, gli operatori psichiatrici, e non solo loro: una divaricazione
in base alla quale ancora oggi fare l’operatore psichiatrico nel
pubblico in regioni come la nostra è spesso altra cosa che fare
apparentemente la stessa cosa in luoghi in cui il welfare si è
sviluppato negli anni scorsi in maniera assistenziale.
3.
L'elemento basilare che differenzia sul piano culturale gli operatori
psichiatrici ( e non solo, ripetiamo, questo tipo di operatori) che
che sono cresciuti nello stato sociale da quelli che hanno operato in
una situazione di stato assistenziale è nel fatto che in zone come la
nostra la crescita dei servizi ha potuto innescare una cultura dei
servizi, e quindi dei profili professionali che in quella cultura si
sono forgiati, mentre gli operatori psichiatrici che hanno operato in
zone in cui i servizi sono stati solo una facciata non hanno potuto
inventare e diventare nulla di tutto ciò, ed i loro confini
professionali sono stati affidati alla dedizione personale dei singoli
: non hanno, cioè, prodotto una cultura di servizio.
4.Detto questo veniamo ora alla nostra microstoria. In essa, a nostro
avviso, sono riscontrabili quattro fasi:
a. La prima fase, che potremmo definire della "sperimentazione", che è
corrispettiva ai primi anni 70, e che accompagna la nascita del
welfare emiliano, e di tutte le nuove e vecchie professioni che nel
modello emiliano si forgiano, o si ri\forgiano.
b. La seconda fase, che abbiamo denominato del "tecnicismo", che si
sviluppa nella seconda metà degli anni 70 e nella prima metà degli
anni 80 e che nasce dalla crisi dello sperimentalismo (e
dell'ideologismo) e della fase precedente.
c. La terza fase è quella che, in altro luogo, abbiamo definito "dell'
alleanza per.." - Essa nasce da una prima elaborazione in termini di
autoconsapevolezza adulta dei limiti e delle possibilità attuali del
nostro lavoro. Tale fase è a nostro avviso individuabile già a partire
dalla seconda metà degli anni 80.
d. Ci pare infine che nell'ultimo periodo si possa parlare
dell'emergere di una quarta fase, che potremmo definire "fase
dell'aziendalizzazione", susseguente alla legge "De Lorenzo" sulla
sanità, che è andata modificando, sotto molti punti di vista le
ragioni sociali ed economiche delle UUSSLL, trasformandole in azienda,
o meglio in un simulacro di azienda.
Ovviamente la periodizzazione risente dell'esperienza reggiana e
quindi, qualora le si voglia dare un senso più generale, andrebbe
parametrata alle varie microstorie locali di ciascun gruppo di lavoro
operante in situazione si stato sociale.
5. LA
FASE DELLA SPERIMENTAZIONE: fu quel periodo in cui ciascun tecnico,
insieme agli altri tecnici delle nuove istituzioni, o delle vecchie
istituzioni rinnovate, cominciò a definire nei collettivi di lavoro,
nati sulla spinta antiautoritaria del 68, una sorta di identità
gruppale in cui presero a convivere confusamente tutte le
professionalità (in un rapporto di confusione, spesso, anche con le
istanze di tipo amministrativo), identità gruppale che ebbe, appunto,
nel collettivo, nell'équipe il proprio involucro, il proprio luogo
principe di tipo fisico, politico, tecnico e finanche psicologico.
Luogo di incontro che si reputava esente dai limiti e dai
condizionamenti istituzionali, luogo di sperimentazione, appunto, di
nuove modalità di cura e di prevenzione. Fu in questo luogo che si
andò definendo un nuovo sapere, una nuova cultura, che, molto
schematicamente, potremmo riassumere come: a. sapere antidiagnostico,
poichè la diagnosi in quel momento era vista come funzionale alla
logica segregante delle vecchie istituzioni totali che si volevano
demolire e ridefinire in termini totalmente (e, spesso
adialetticamente) nuovi; b. sapere trasformativo secondo una logica
intuitiva e scarsamente riflessiva che allevò in sè due filoni : uno
più schiettamente sperimentale, pratico, o meglio praticistico (che,
nonostante l’irriflessività che lo contraddistinse, fu quello
destinato a dare i migliori risultati), l'altro ideologico,
semplificatorio ("si fa secondo quanto definito dalla classe
operaia"), e perciò più sterile.
Nella furia iconoclasta di questi anni tutti gli operatori tendono a
definire una critica destruens molto vivace e politica, e una critica
costruens che ha i connotati dell'esemplarità (con tutti i fastidi che
un simile atteggiamento può suscitare nelle vecchie professioni, nei
vecchi luoghi di cura ), e della provocatorietà, che, insieme
all'esuberanza "destruens", pone in luce, potremmo dire, la matrice "
adolescenziale" di quel nostro agire di allora .
6.LA
FASE DEL TECNICISMO: Lo sperimentalismo va in crisi quando, da una
parte, vi è un ricambio generazionale fra gli amministratori,
dall’altra nei luoghi in cui avvengono i primi inserimenti vien fuori
che l'irruenza destruens e le provocazioni non bastano più e che
occorre proporsi, più costruttivamente, progetti riabilitativi mirati
realistici, dall’altra, infine, emerge la natura istituzionale del
proprio mandato, i limiti che in esso sono impliciti, e sui quali,
nell’atmosfera di eccitata confusione iniziale, si era sorvolato.
E' a questo punto che l'atmosfera incantata e falsamente paritaria
dell'équipe di lavoro si rompe (nonostante le resistenze dei
nostalgici) ed , in termini adialettici, le singole professioni
cominciano a darsi affannosamente dei confini che le definiscano
distintamente, in termini, potremmo dire, compensativi, rispetto al
disorientamento derivante dalla rottura di quella membrana gruppale
che fino ad allora aveva compreso tutti, come in un nido caldo e un
po’ (tanto) claustrale.
Ne derivò la spinta a definire un profilo tecnicistico che si sarebbe
voluto adulto, ma che invece era, lo sappiamo oggi, un modo bulimico
di giungere all'età adulta, consistente nel fare il pieno delle
tecniche per sentirsi grandi, salvo poi nausearsi e rischiare di
rigurgitare tutto, per poi ripartire con un nuovo pieno di tecniche
non appena qualcuno scopriva una nuova scuola, un nuovo supervisore,
etc.
Riemerge in questo periodo nelle équipes di lavoro un sapere
diagnostico (test, griglie, misurazioni), volto però non più a
segregare (come avveniva nei CMPP, funzionali alle istituzioni totali
pre-68), ma a distanziarsi dai pazienti e dai problemi, nei confronti
dei quali, finita la spinta sperimentalistica, si comincia a provare
sentimenti "controtranferali" vagamente angoscianti, che l'ottimismo
della prima fase aveva represso.
Rimane però che la rottura dell'incanto e l'emergere del fatto (che
oggi può apparire scontato, ma che allora non lo era affatto!) che
anche la propria équipe faceva parte di una istituzione con le sue
regole e le sue stratificazioni provocò una salutare ventata di
realismo che sfocerà ben presto nella nascita e nel consolidamento
delle strutture intermedie (che, nel nostro caso furono i Centri
Appoggio per disabili adolescenti gravi, le strutture formative
semi-speciali per medio-gravi, e più in generale tutti quei luoghi
intermedi fra ricovero ed inserimento che a partire da quegli anni si
svilupparono sul nostro territorio).
7.LA
FASE DELL' "ALLEANZA PER...."- Una delle conseguenze
dell'atteggiamento bulimico precedente fu una mancata attenzione ai
problemi della complementarietà : fra servizi diversi, fra professioni
diverse, ed anche all’interno delle singole professioni. Non c’era
più, nella fase del tecnicismo la confusione dello sperimentalismo, ma
neanche l’armonia, la complementarietà, appunto, che solo da un
ulteriore ri\dimensionamento poteva nascere.
Quando gli operatori psichiatrici dell’età evolutiva cominciano a
scoprire i propri limiti e a ri\dimensionarsi secondo le esigenze
dell'utenza e dell'istituzione comincia un penoso, ma utilissimo
momento di depressione e di autoriparazione che è la premessa della
nostra attuale complementarietà fra servizi, settori e professioni,
nonché della nostra attuale e conseguente capacità di definirci in
termini realmente specialistici nelle istituzioni sanitarie e di
fronte all’esterno (prescuola, scuola, medici di base, sociale, etc.)
In questo rinnovato clima il sapere riabilitativo ed il sapere
psicoterapeutico, che non dimentichiamolo, sono dei saperi dialogici e
non diagnostici, trovano modo di espandersi, di diventare più
autoconsapevoli e riflessivi, di raggiungere, come avviene per la
psicoterapia, nuove classi sociali che prima non potevano accedere a
questo tipo di cura. Sapere riabilitativo e sapere psicoterapeutico
che vanno ancora definiti con attenzione, poiché la loro
ri\collocazione nel pubblico, che è opera essenzialmente nostra, della
nostra generazione di operatori, della nostra cultura istituzionale
(specie in età evolutiva), necessitano ancora di un atteggiamento
riflessivo per comprenderne fino in fondo novità, limiti, possibilità
di espansione e di adattamento al pubblico.
8-LA
FASE DELL'AZIENDALIZZAZIONE- La spinta all'aziendalizzazione infine,
al di là della maniera "da prima repubblica" con cui si è realizzata,
rappresenta una soluzione (non la soluzione, si badi bene!) al
problema della crisi del welfare italiano.
Senza entrare nel merito di questo evento complesso, va detto che
l'aziendalizzazione comporta una ri\collocazione di tutti gli
operatori della sanità e dell’infanzia, in particolare.
Ci si chiede da qualche anno: dove? come collocarsi? o meglio, dove e
come si verrà collocati, se le ristrutturazioni in atto non potranno,
come si teme, essere governate razionalmente col concorso dei
rappresentanti degli utenti e delle singole professioni?
Ciò che si intuisce è un duplice rischio:
-rischio, nel breve periodo, di un eccesso di frantumazione, di
parcellizzazione in settori sempre più non dialoganti fra di loro e
sempre più egemonizzati da una cultura aziendalistica che mira al
profitto, cioè a fini eteronomi rispetto alla cura ;
-rischio, nel medio periodo, di perdere ogni memoria del proprio
passato e di soccombere, sul piano culturale, rispetto ai nuovi
soggetti (privati, profit o no profit) che irrompono sulla scena del
welfare leggero dei giorni nostri.
Nel
dubbio meglio scrivere appunti, perché domani ci sia memoria delle
opere che andiamo ancora facendo.