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Funzioni materne e funzioni paterne a casa ed al nido: primi elementi per una
riflessione.
1. La cogestione educativa: un modello emiliano di educazione moderatamente
policentrica
Sono ormai 25 anni che, nella regione Emilia e Romagna, viene sperimentato un
modello di educazione policentrica precoce (famiglia + nido) che va modificando,
in maniera silente, ma non per ciò ininfluente, molte cose sia a livello
individuale, nei bambini di oggi e di ieri che hanno frequentato il nido, sia a
livello familiare e sociale.
Abbiamo definito in un precedente lavoro ([1])
il modello emiliano come modello
moderatamente policentrico, e qualchedun altro, prima di noi, ha battezzato
questo modello col nome di "cogestione educativa".
La cogestione educativa è caratterizzata, fra l'altro,
dalla permanenza della posizione centrale della coppia genitoriale
nell'educazione precoce del bambino "cogestito", e
dalla integrazione delle funzioni genitoriali, che continuano ad essere svolte in
famiglia da parte della coppia genitoriale,
attraverso l'azione educativa che voi educatrici esercitate nel nido.
Finora, a nostro avviso, ciò che deriva da questo importante cambiamento sul
piano della socializzazione precoce del bambino non è stato studiato a
sufficienza.
All'inizio anzi da più parti, specialmente in ambito psicoanalitico,
l'introduzione di questa novità, che come sappiamo era legata ad altri
irreversibili cambiamenti che andavano avvenendo nella società e nella famiglia,
era stata paventata da alcuni come possibile portatrice di danni, anche gravi,
per la psiche del bambino.
Vi era in quelle posizioni una paura nei confronti del nuovo, figlia di una
ipostatizzazione del modello monocentrico di educazione precoce (quello che è basato,
almeno all'inizio, sul rapporto esclusivo bambino-madre), che veniva visto come
unico modello di socializzazione e di inculturazione
nella prima infanzia.
Si trattava, lo sappiamo, di un falso storico, o meglio di una
negazione della storicità delle forme concrete con cui vengono esercitate le
funzioni genitoriali nelle varie società, di una confusione fra i due
termini di ruolo e di funzione e fra i concetti sottostanti a questi due termini.
Si trattava, cioè, in ultima istanza, di una visione ideologica del nido. Non
per niente di fronte ai modelli assistenziali e
sanitarizzanti di nido precedenti alla nascita dei nidi comunali
(parliamo dei nidi ONMI o di quelli aziendali) nessuna di quelle voci si era
levata di fronte alla pericolosità, quella si, accertata, di quei modelli di
socializzazione precoce che, proprio per il fatto di non perseguire obiettivi di
integrazione sul piano educativo, si ponevano su di un piano di discontinuità
con le famiglie.
La cogestione educativa invece è qui fra noi, da 25 anni, è il modello che ha
informato la crescita dei nostri figli, ed ha in voi educatrici le
co-protagoniste che insieme ai genitori svolgono, sul palcoscenico
dell'educazione precoce del bambino,
funzioni genitoriali di tipo integrativo di quelle che a casa svolgono i
genitori stessi: funzioni materne, quindi, e funzioni paterne che è ora di studiare
più da vicino.
Quella che tenteremo oggi, però, è solo una esplorazione "a volo d'uccello" sul
problema, cercando di avvalerci, da una parte della nostra esperienza ([2]),
dall'altra della ricchissima bibliografia che ci permette di attingere alle
ricerche e alle riflessioni che, specie in ambito femminista ([3]),
vanno ri\esplorando il concreto dispiegarsi sulla scena sociale e
domestica della dialettica fra uomo e donna, ed in particolare fra funzioni
paterne e materne, dall'altra, infine, delle ricerche che sono state fatte in
ambito etnoanalitico,storiografico,etnologico sul maternage
multiplo e sull'influenza che i vari tipi di famiglia esercitano sul piano
educativo([4]).
2. Funzioni materne al nido
Consideriamo innanzitutto le funzioni materne, che sono tra l'altro le più
evidenti.
Le principali funzioni materne svolte al nido, a nostro avviso sono:
a) La funzione di contenimento: la vediamo nella gestione, da parte dell'educatrice,
dei momenti di separazione, cioè del momento dell'arrivo al nido, quando il
bambino piange e non vuole lasciare il genitore ; nell'uso e nella comprensione
dell'oggetto transizionale ; nel momento dell'uscita, quando spesso il bambino
non vuole interrompere i suoi giochi o piange o scappa per la sezione e la madre
vive tutto questo come un rifiuto; nella gestione dei momenti di routine, quali
il sonno, il pasto, il cambio.
b) La funzione di parametro nel processo di identificazione:
la vediamo nella gestione di tutti i momenti in cui si definiscono, grazie
all'attività dell'educatrice, i confini corporei del bambino, intesi in un primo
momento come scoperta del proprio corpo e poi di quello dell'altro come distinto
da sè (cambio, prendere in braccio, lasciarsi toccare, esplorare, gioco
autocosmico, etc): La vediamo, inoltre, nelle attività dell'educatrice
che favoriscono l'acquisizione, da parte del bambino, delle prime dimensioni
temporali e spaziali della propria identità (nell'attività di gioco, nel pasto,
nell'addormentamento e nel rissveglio, etc.)
c) Andrebbe tra l'altro meglio considerata e approfondita la probabile maggiore capacità, sul piano funzionale, delle educatrici, rispetto alle
madri, di gestire la fase in cui il
bambino comincia , prima
carponi, poi camminando ,a "praticare il mondo", una capacità che
deriva dalla possibilità di
sintonizzarsi più facilmente col bambino su di un piano di identificazione operativa piuttosto che
su quello di una identificazione totale che molto facilmente la madre, appena
uscita dalla simbiosi con il proprio figlio, rischia di mettere in atto.
Una possibilità potremmo dire più tranquilla di gestire
"la prima andata del bambino verso il mondo" ([5])
e il suo successivo riavvicinamento: cioè, nel contempo, la sua spinta verso
l'autonomia e l'indipendenza, da una parte, e il desiderio di non rinunciare
alla dipendenza, dall'altra.
Possiamo dire che la presenza dell'educatrice è un supporto alla esigenza di
riavvicinamento del bambino che non significa regressione o conflitto di
rivalità ,ma nuovo livello raggiunto nello sviluppo dell'individuazione.?
Possiamo dire che l'attività integrativa che l'educatrice svolge nell'esercizio
delle funzioni materne accresce le possibilità del bambino di procedere lungo le
sue tappe di crescita psicologica con maggiore fiducia nell'uso delle sue parti
più autonome?
Possiamo ipotizzare che l'educatrice dia
una sorta di sostegno alla funzione di triangolazione che il padre svolge a
casa?
Certo è che avere relazioni di diverso tipo con due
persone, come avviene nella cogestione educativa, significa per il bambino
imparare a costruire con maggiore chiarezza se stesso e la madre e a costruire
distinte rappresentazioni del sè e degli oggetti.
Ma perché ci possa essere questo è necessario che si delinei fra bambino,
genitori ed educatrice quella che Winnicott descrive come "cross
identification", cioè una situazione di identificazione reciproca nella
quale il bambino possa acquisire, mediante una graduale interiorizzazione di
questo atteggiamento della madre, del padre
e dell'educatrice, una capacità di identificazione e di immedesimazione più
differenziata.
Ovviamente questo avviene solo se al nido è garantita una sufficiente continuità
nel rapporto, un rapporto sufficientemente caldo e
ravvicinato con l'adulto, un rapporto cioè pieno di passione, di odio, di amore,
di invidia, di rabbia, di gelosia, di gratitudine. Ed è proprio nella capacità
di sentire e in un qualche modo gestire questi sentimenti e queste emozione che
è possibile cominciare ad intravedre quelle che sono
le funzioni materne integrativa che voi educatrici di nido svolgete, funzioni
che, al contrario di quelle delle vostre colleghe di scuola per l'infanzia -che
sono già abbastanza distinte e complementari a quelle della famiglia- sono, come
abbiamo già visto sovrapponibili, simmetriche a quelle materne (e come vedremo
fra un pò anche a quelle paterne).
c) vi sono infine la funzione di consolazione, che è la
capacità da parte dell'adulto del nido di ricreare sempre nella quotidianità
quella illusione di onnipotenza che
c'era nella simbiosi primaria
e) e funzioni di accudimento legate alle routines, di cui già abbiamo
parlato, e che, se fatte all'interno di un rapporto ravvicinato e caldo, tanto
contano nel processo di individuazione del bambino e di costruzione di
un'immagine di sè.
3. Ruoli e funzioni nel processo educativo
Poiché, come avrete già notato, la nostra riflessione sarà incentrata sul
concetto di funzione, più che su quello di
ruolo, o meglio sulla distinzione fra i due concetti, ci è sembrato
opportuno accennare alle differenze che ci sono fra essi, altrimenti si rischia
di non comprendersi.
Quando si parla di ruolo ci si riferisce alla posizione di
singoli individui all'interno di un sistema sociale ed all'insieme delle norme e delle aspettative che ci si
attendono da quell'individuo in quanto occupante il tale o il
tal'altro ruolo.
Ad esempio sul piano educativo, all'inizio del processo di socializzazione del
bambino, in connessione con la posizione della madre, ci saranno un insieme di
aspettative e di norme secondo le quali si declina il ruolo materno sul piano
delle esigenze di contenimento del bambino.
Quando invece si parla di funzione ci si riferisce al contributo
particolare fornito da una parte della struttura sociale, vista nel suo
complesso, per il perpetuarsi o per la trasformazione del sistema sociale o di
una sua porzione.
Ad esempio sul piano educativo, e sempre a proposito del contenimento, partire
dalla funzione di contenimento significherà, non più riferirsi ai ruoli,
ma a come viene esaudita questa importante funzione del processo di
socializzazione, in un contesto specifico, dalle varie parti che oggettivamente
la svolgono.
Nel nostro caso, e cioè nel caso della
cogestione educativa, partendo dai ruoli noi avremmo una elencazione delle
aspettative e delle norme che ci si attende dalla madre, dal padre, e da ogni
singola educatrice del nido.
Partendo dalle funzioni noi siamo invece in grado di vedere tutta la novità, la
sperimentalità, la rivoluzionarietà del nostro
modello moderatamente policentrico che è nel concorso di più soggetti
nell'assolvere oggettivamente, ad esempio, alla funzione di contenimento,
nonchè ad altre funzioni genitoriali, secondo un criterio di gerarchia di
interessi, che nel contempo salvaguardia le esigenze di continuità educativa (di ristrettezza ([6])
della rete educante, in questa fase iniziale dell'educazione del bambino,
direbbe Parsons), e di ridistribuzione della cura
secondo i cambiamenti intervenuti nella società, dall'altra.
La cogestione educativa in questo modo ci appare per quello che è: e cioè come
il risultato di un processo di cambiamento che sta avvenendo sia nella posizione
della donna, e della donna-madre in particolare, sia nella famiglia e nella
società, in un momento altrettanto specifico della nostra realtà sociale.
Qualora, di fronte a questi cambiamenti, il nostro punto di osservazione fosse
solo quello che parte dall'analisi dei ruoli,
noi, laddove c'è un così nuovo e particolare intrico di funzioni, finiremmo per
vedere solo una sommatoria di norme e di aspettative dei singoli individui,
perdendo di vista il legame funzionale che dinamicamente si sta definendo nel sistema educante della nostra società, oggi.
Di fronte alla nuova identità femminile, la cogestione educativa è una risposta
pratica, reale, non ideologica ad un enorme problema, l'educazione del bambino
piccolo che richiede continuità e calore da parte di chi si prende cura del
bambino, da una parte, e ridistribuzione delle funzioni che venivano
tradizionalmente svolte dalla donna, e particolarmente dalla madre, dall'altra.
Una ridistribuzione che non può che avvenire in un piccolo cerchio di soggetti.
Una risposta pratica si diceva, un piccolo grande esempio di
ingegno padano nel risolvere i problemi.
Non utopia, non ideologia ( le comuni infantili, i kibbuz
ecc..) ma piccole grandi soluzioni che non buttano per aria niente, che non
rivoluzionano ma riformano -evidentemente il riformismo è nel nostro DNA,
speriamo che non si sia troppo diluito!!!).
D'altra parte la famiglia allargata, quindi l'educazione nella famiglia
allargata e la conseguente distribuzione di funzioni, fa parte della nostra
tradizione. Fino a venti trent'anni fa, e ancor oggi nelle realtà contadine, il
ruolo materno era spontaneamente articolato in funzioni ( mentre la manna era
nei campi, la donna che stava in casa si occupava dei bambini di tutti
coadiuvata dai vecchi, e da tutti coloro che non potevano per varie ragioni
lavorare fuori).
Potremmo dire che quella di oggi è una soluzione adatta ai tempi.
Peraltro l'immagine della famiglia nucleare come modello in cui tutte le
funzioni materne sono assorbite dalla sola figura della madre, è un'immagine
idealizzata, borghese della famiglia, corrispondente ad una fotografia
reale
della famiglia nella quale però ,non dimentichiamolo, in un cantuccio spesso
c'erano la balia e la governante!
4.
Child bearers e child rearers\ portatrici di
bambini e allevatrici di bambini
Molti equivoci, molte trappole in cui cadiamo allorchè
parliamo di
funzioni materne sono dovuti al
fatto che l'immagine della madre, le rappresentazioni materne, gli introietti
materni sono dentro di noi (donne e uomini, indistintamente) un crocevia fra natura e cultura in cui aspetti biologici e sociali
connessi alle funzioni materne sono avviluppati in un intrico, all'interno del
quale è difficile distinguere il primo dal secondo versante.
Se noi, come ci suggeriscono alcune femministe americane ([7]),
distinguiamo fra funzioni da
child
bearers e funzioni da child rearers,
cioè fra funzioni collegate alla gestazione, intesa in termini puramente
biologici, e funzioni collegate con l'educazione, intesa in termini
psicosociali, se noi facciamo questo ci poniamo nella possibilità di fare delle
importanti distinzioni che, a nostro avviso, possono essere un primo elemento
per riconsiderare con maggiore autoconsapevolezza l'azione educativa svolta
dalle educatrici del nido sui bambini piccoli loro affidati.
La Firestone e della Johnson
sono state spinte a fare questa importante distinzione -che, non
dimentichiamolo, è una distinzione di funzioni, e non di ruoli- per
sgravare le donne almeno dal peso dell'allevamento della prole, visto che
(ancora) non è possibile liberarle dalla "maledizione biblica" della gestazione.
Il loro è un movimento "espulsivo" tendente a rimettere in circolo, sul piano
sociale, le funzioni educative che, soprattutto nei confronti dei bambini
piccoli, sono tuttora sostanzialmente a carico delle donne, anche nelle società
opulente.
Ma se noi utilizziamo questo ragionamento all'interno della riflessione sulla
cogestione educativa e consideriamo sotto questo aspetto le funzioni educanti che nel nido sono
svolte dalle educatrici (cioè a dire il
cuore del loro lavoro) vediamo che quella delle educatrici, sul piano
storico, qui da noi diventa la soluzione pratica -non a caso inventata e fortemente
voluta dalle donne- che è stata trovata per distinguere fra
child
bearers e child rearers in un momento in cui le due funzioni, solitamente concentrate dall'ideologia mashile nella sola figura materna, per ragioni
d'ordine sociale, rischiavano, almeno in alcuni strati sociali, di definire un
campo di tensioni, nella donna, pericoloso e, per certi versi, insostenibile.
Cosicchè qui da noi, da una parte le funzioni biologiche collegate
alla maternità sono rimaste alla madre, dall'altra quelle sociali (la funzione
di contenimento, il definirsi come parametro del processo di
separazione-individuazione, etc.) sono state distinte e suddivise, in base a
questa distinzione, almeno fra madre ed educatrice.
Era questo, in fondo, che chiedevano i movimenti femminili che per tutti gli
anni 50 e 60 hanno fortemente voluto i nidi (e le materne) come strutture
educative e non assistenziali o sanitarie.
Concludendo su questo punto questo, a nostro avviso, potrebbe
essere un primo terreno di approfondimento: vedere se e come dinamicamente avviene questo processo di distinzione e
di suddivisione delle funzioni materne fra nido e casa, che sappiamo essere
all'origine di tante tensioni fra educatrici e madri.
Infatti, come si diceva sopra, per l'educatrice di nido non c'è un ruolo
socialmente definito, a differenza della scuola per l'infanzia e della scuola
elementare, la figura educativa e la figura genitoriale non sono complementari
ma sono simmetriche perché fanno le stesse cose, soprattutto nei primi due anni
di vita del bambino.
E
questo può ingenerare conflittualità, rivalità, invidia etc -lo abbiamo
ritrovato in tutti i gruppi di educatrici centrati sul rapporto con i genitori,
ma anche in quelli centrati sul bambino,che abbiamo fatto in questi anni ([8]).
E' difficile fare cogestione educativa: implica riflessione su di sè,
comprensione di come si stanno giocando le funzioni materne, consapevolezza di
quelle che sono le emozioni che si producono in noi e nell'altro. Occorre cioè
negoziare continuamente gli spazi reciproci, e questa è una capacità che devono
avere contemporaneamente le educatrici di nido, così come i genitori che
eecidono di affidare loro i propri figli.
5. La definizione di uno spazio negoziato: funzioni paterne e nido
Mentre nel caso della madre funzioni biologiche e funzioni sociali connesse con
la maternità sono strettamente collegate, nel caso del padre le funzioni
biologiche sono circoscritte, in ultima istanza, al concorso nell'atto della
procreazione. Ciò fa si che, diversamente da quanto avviene nel caso della
madre, le funzioni paterne non si pongano affatto, in alcuna cultura, come
crocevia fra natura e cultura.
Per i padri quindi diviene importante tutto ciò che avviene a livello
fantasmatico, cioè a livello del mondo
rappresentazionale, al livello delle immagini di paternità che sono
dentro di lui, come prodotto esse stesse dell'educazione ricevuta ed, in ultima
istanza, di tutta l'esperienza fatta dal padre fino al momento in cui decide
interiormente di disporsi sul piano della paternità.
Questo distacco iniziale del padre dagli aspetti più biologici della
propria paternità viene poi elaborato in maniera diversissima in ogni cultura ([9]),
ma sempre in modo tale da mantenere le
distanze dalle funzioni biologiche (che possono al massimo essere
esorcizzate come avviene nella
couvade).
Ma, come dicono D.Naziri e Th.Dragonas ([10]),
"se la condizione preliminare per effettuare il passaggio alla paternità
consiste nella possibilità che l'uomo ha di esercitare la funzione paterna
(solo) a livello simbolico, il vissuto della paternità resta in questo modo
legato alla modalità con la quale l'uomo
rivendica, modifica ed occupa lo spazio paterno a livello delle relazioni fra
partners, sia prima che dopo la nascita del bambino", ed alle modalità con
cui la partner è disposta a concedere, o meno, questo spazio ed a modificarlo, o
meno, insieme a lui; ed entrambe sono legate, come già sappiamo, al tipo di
"sistema rappresentazionale" che entrambi i partners
sono andati definendo dentro se stessi in base ai loro introietti paterni e
materni, maschili e femminili, etc.-
La funzione paterna così, affermano la Naziri e la
Dragonas, si pone all'interno di un campo di tensioni, in cui la negoziazione con la partner è l'elemento centrale.
"La maternità è un dato, la paternità è un dovere", "la madre costituisce sempre un
qualcosa che c'è (un étant), il padre non può che darsi da fare per essere ( pour etre)".
Su questa base si definiscono, nel modello monocentrico,
le funzioni paterne.
Ma nel modello policentrico e, più in particolare, all'interno del modello
emiliano di cogestione educativa come si definiscono le funzioni paterne (e cioè
l'inserimento del nuovo nato all'interno di una tradizione, la definizione di
una legge, la spinta ad uscire dall'abbraccio con la madre, etc.)?
Noi intuiamo che, nella suddivisione dei compiti fra coppia genitoriale e nido,
così come avviene per le funzioni sociali materne, ci sia una tendenza di tipo
integrativo anche per quelle paterne, ma non sappiamo come, in concreto, avvenga
la negoziazione dello spazio paterno nel nido nella dialettica fra le
educatrici.
Possiamo fare l'ipotesi che essa si determini in modo similare a quanto avviene
a casa fra i due genitori, e cioè come il prodotto di una dialettica fra partner
della sezione che si mettono in gioco, su questo piano, attraverso la messa in
scena delle proprie parti paterne e materne, maschili e femminili, etc.-
Ma non sappiamo in base a quali istanze intrapsichiche ed interpersonali, in
ciascuna delle educatrici, e nella dinamica gruppale del collettivo, si
addensino, più o meno dinamicamente, più o meno stabilmente, le funzioni materne
e quelle paterne di fronte a questo o a quel bambino, in questa o in quella
educatrice.
Questo, a nostro avviso, potrebbe essere un altro terreno di approfondimento:
vedere meglio come le funzioni materne e paterne sono giocate nel nido dalle
singole educatrici, cioè come ciascuna di voi si dispone ad assumere su di sè le
une e le altre funzioni, come infine tali funzioni si dispiegano all'interno del
collettivo definendo uno spazio materno e paterno più o meno negoziato, più o
meno "usurpato", più o meno lasciato nel vuoto.
6. Funzioni genitoriali: "il passaggio del testimone" da una
generazione all'altra a casa e nel nido
Lo spazio genitoriale, però, sia che esso sia un "dato" -come avviene per quello
materno-, sia che debba essere "conquistato" in una negoziazione fra partners
-come si verifica nel caso di quello paterno-, è uno
spazio storico, nel senso che è determinato sul piano temporale dal variare,
da una generazione ad un'altra, della natura e del rilievo che i vari
introietti, le varie immagini di madre e di padre hanno, nei vari contesti
sociali e familiari in cui, in concreto,
storicamente madri e padri, a loro volta, sono stati educati.
Tali introietti, tali immagini, quindi, non sono pietrificate in una specie di
griglia astorica all'interno del mondo
rappresentazionale di ciascuno di noi, sempre uguali a se stesse, quasi
fossero dei totem intoccabili. Esse, al contrario, mutano e si adattano al
variare delle condizioni materiali e spirituali (strutturali
e culturali, direbbe un sociologo) che
informano i vari tipi di società. Il meccanismo che ne determina il mutamento
cioè è del tutto simile a quello che, più in generale, è alla base del mutamento
della struttura e della "cultura" della famiglia.
In questa prospettiva, quindi, il passaggio dalla famiglia allargata alla
famiglia nucleare e la funzionalizzazione di quest'ultima alle nuove esigenze della
produzione, della riproduzione sociale (cioè della formazione della
forza-lavoro), e, da ultimo, del consumo, appaiono come mutamenti strutturali
coerenti con le nuove esigenze della società odierna. Così come, d'altro canto,
ed al di là della autoconsapevolezza dei singoli, appaiono tutti i mutamenti che
si determinano sul piano culturale nella famiglia in correlazione con questi
mutamenti strutturali: pensiamo, per fare solo un esempio, a quanto sia
diventato per noi ovvio il fatto che il mercato attuale "non solo crea gli
oggetti per i soggetti, ma anche i soggetti per gli oggetti" (cioè al fatto che
siamo diventati tutti degli ottimi consumatori), e subito dopo pensiamo a quanto
tutto ciò fosse assolutamente fuori dell'ordinario in una famiglia contadina
degli anni '30 o '40.
Come è possibile che, in una maniera che sfugge alla autoconsapevolezza di
coloro che sono i protagonisti del mutamento, questo avvenga in una dialettica
fra spinte e controspinte più o meno dolorosa, più o meno feconda?
Partiamo dal modello di educazione monocentrica: in
questo caso la madre ed il padre si pongono dinamicamente in rapporto con i propri introietti genitoriali in base ad una dialettica fra
Idem ed Autos ([11]):
cioè fra parti proiettate in ciascuno di loro, e su loro due in quanto coppia
genitoriale, dai propri genitori e dagli altri modelli importanti della loro
vita (Idem) e parti che non sono riconducibili a nessuno di questi introietti
(Autos), ma che con essi sono, fin dall'inizio della vita, in un rapporto di
coniugazione più o meno ricca e feconda di novità. E' in questa azione educativa
che sono stati determinati gli elementi del proprio essere adulti, quelli che
sono alla base del carattere dei figli, nonchè quelli
che sono alla base del "carattere sociale" del nuovo nucleo che, insieme ai
figli, essi vanno costituendo: la propria famiglia.
Passiamo ora alla cogestione educativa: in essa le proiezioni che sui propri
bambini fanno i genitori si congiungono, si intrecciano con quelle che, sempre su quei bambini, fanno
quelle educatrici dei nidi che non rinunciano a mettersi in gioco con tutte se
stesse ed a non ridursi al ruolo di istruttrici.
Per cui nel modello policentrico (se questo modello, sul piano concreto, quello
quotidiano non autoreferenziale non perché si dice e si è detto nei
documenti, persegue fini educativi e non solo assistenziali), per la pluralità
di proiezioni che sul bambino sono fatte, viene a costituirsi un vero e proprio
campo magnetico in cui il bambino
diventa il depositario di tutte le proiezioni che vengono sia dal versante familiare: madre, padre e coppia genitoriale, sia dal versante nido: le singole
educatrici cui il bambino è affidato,
nonchè il gruppo delle educatrici in quanto
depositario di una propria storia gruppale che rientra a pieno titolo nello spazio genitoriale che comprende il
bambino, se ne prende cura, lo contiene, lo riconosce come appartenente alla
propria stirpe, etc, in una parola lo affilia.
Approfondire questi contenuti, a nostro avviso, significa:
-verificare fino a che punto vi è complementarità, negoziazione, o spinta alla
usurpazione -"io lo so, te lo dico io quello che devi fare..-, oppure ancora
rinuncia - fatelo voi a scuola perché a casa non imparerà mai a mangiare stando
seduto..-, delega reciproca da una parte e dall'altra, fra famiglia ed
educatrici;avere qualche possibilità in più di capire perché certi rapporti
vanno male
-fino a che punto gli ideali professionali della singole educatrici e quelli che
storicamente si sono definiti nel nido sono compatibili con quelli delle
famiglie; questo problema diventerà sempre più acuto con l'aumento
dell'immigrazione e con la pluralità delle culture che questa sempre di più
comporterà.
-fino a che punto l'educatrice ed il gruppo delle educatrici è portatore di un
cambiamento e, nel caso, di quale cambiamento si tratta;
-e fino a che punto, d'altro canto, la sovrapponibilità degli introietti (e
delle in\lusioni gruppali, direbbe Anzieu) da veicolo di fecondo dialogo fra
famiglia e nido può trasformarsi in scontro e in\comprensione.
7.Il concetto di genere ed il pensare storico al femminile come due
approcci teorici apportatori di feconde novità sul piano dell'educazione del
bambino e della bambina
Il concetto di genere è un'architrave del pensiero femminista,
specialmente del pensiero femminista americano, in base al quale ogni aspetto
della quotidianità è stato rivisto, ogni pensiero, non solo quello sul maschile
e sul femminile, è stato messo in crisi. Questo grimaldello teorico si rivela
cioè un concetto teorico molto importante in base al quale è possibile
sottoporre ad una revisione critica tutto il pensiero umano attuale e passato,
svelandone la sua matrice maschile, sessuata.
Come era ovvio anche tutto il problema del percorso concepimento, gestazione,
nascita, educazione è stato profondamente rivisto, e, potremmo dire, ribaltato
alla luce di questo concetto (ad esempio la distinzione, che già abbiamo
utilizzato in questa relazione, fra la funzione biologica della madre come
portatrice di bambini e quella sociale di allevatrice di bambini è figlia di
questo modo di pensare al femminile).
Diventa importante perciò prendere posizione sul concetto di
genere. E' quello che cercheremo di fare ora per sommi capi, rimandando chi
volesse saperne di più alla ricca bibliografia che ormai esiste anche in
italiano sul tema ([12]).
Che ci sia la necessità di ri\pensare tutto al femminile è un'idea che percorre il
pensiero femminile fin da quando le donne si sono poste in maniera autonoma a
pensare a se stesse ed al mondo. Che il pensare al femminile coincida con il
pensare a partire dal concetto di genere
è invece, a nostro avviso, opinabile.
Cerchiamo di vedere per ora brevemente il perché di questa nostra asserzione,
rimandando a dopo ciò che ne consegue sul piano educativo.
Il concetto di genere veniva già usato in vari contesti,
e continua ad esserlo, come collegato ad un dato biologico, mentre per indicare
il dato sociale corrispondente a quello biologico di genere, si usava e si
continua ad usare, ad esempio in ambito psicoanalitico, storiografico, etc., il
concetto di sesso. Su questa base, ad
esempio, si definisce la differenza, in psicoanalisi, fra identità di genere ed
identità sessuale.
Per le femministe americane, invece, la parola
genere, viene riferita non più ad un dato biologico, ma ad un dato che
potremmo definire di umanità astratta, cioè non determinata socialmente e
culturalmente dalle esigenze specifiche, particolari di questa o di quella
società, ma in astratto, in generale al fatto che in tutte le società il
pensiero prevalente finora è stato quello corrispettivo al genere maschile, e
quindi ad esso va contrapposto un pensiero femminile che, così, però diventa il
negativo altrettanto astratto di quello maschile.
A
fianco a questa ideologia femminista, però, si va definendo un pensiero
femminile più sensibile ai dati storici,
un pensiero che, ad esempio, è in grado di definire anche se stesso sul piano
storico ([13]).
Il tentativo della Mitcherlich di sottoporre a critica storica non solo le
immagini che della femminilità hanno avuto le stesse donne, ma anche le teorie
che, in ambito scientifico, sono state elaborate, ad esempio, dalle psicoanaliste sull'evolversi della
sessualità maschile e femminile è, per esempio, un tentativo di tirar fuori il
pensiero femminile dalle secche dell'astrattezza e di farlo camminare con i
piedi ben piantati nella storia.Interessante è ad
esempio la spiegazione psicologica che propone del movimento studentesco della
fine degli anni sessanta e del revival ,sempre di quegli anni del movimento
femminista. Le promotrici erano donne nate per lo più negli anni quaranta donne
che avevano in mente un modello di madre molto indipendente,le donne che durante
la guerra avevano saputo imporsi e tirare avanti la situazione dentro e fuori la
famiglia.I padri invece non c'erano oppure al ritorno dalla guerra erano
degli uomini finiti ( si riferisce alla _Germania).Erano donne poi che insieme
alle stesse madri avevano vissuto la regressione degli anni 50,la restaurazione
della famiglia.Queste donne si impegnarono non solo
per un meccanismo di identificazione con la brava madre ma anche per raggiungere
una maggiore indipendenza interiore da lei,unica educatrice e quindi possibile
fonte di sentimenti d'odio e di relativi sensi di colpa.E'
sempre la Mitscherlich che sottolinea come nella nostra società,in cui la
famiglia ristretta ha un ruolo centrale e la madre si sente in colpa perché
lavora e affida i figli ad altre donne o al nido,e in cui il padre per i primi
anni non partecipa alla loro educazione in una tale società, è inevitabile che i
figli sviluppino un'enorme dipendenza .
Sul piano educativo, qualora si parte dall'astrattezza del pensiero femminista
americano, pur potendo fruire di nuovi punti di osservazione per una
revisione sessuata del processo di individuazione nel bambino e nella bambina
(cosa che del resto era stata già fatta egregiamente in Italia, all'inizio degli
anni '70 dalla Giannini Belotti
([14])),
non si riesce a cogliere la particolarità di questa o quella struttura
familiare, di questo o di quello stile sessuato di
inculturazione, etc.
Qualora si parta, invece, da una visione più attenta alle componenti spaziali e
temporali dei vari contesti educativi è possibile fare, ad esempio, operazioni
quali quelle della Mitcherlich che ridefinisce tutto il percorso maturativo del
bambino non solo al maschile ed al femminile, ma anche sul piano storico.
Indicazioni per un approfondimento:
-Verificare se e come a casa, nella madre, e al nido, nel gruppo delle
educatrici, sta avvenendo, nei fatti, un processo di
soggettivazione che comporti l'emergere di un pensare storico al
femminile;
-verificare in ogni caso come si declina dentro di voi ed a casa, fra i due
partner, il rapporto fra aspetti maschili e femminili del carattere, e fra
aspetti maschili e femminili inconsci;
-verificare infine come si stia modificando il sistema di
inculturazione di questi tratti da parte del bambino, secondo quale
discrimine, direbbe Winnicott ([15]),
stia avvenendo dentro al bambino ed alla bambina il
clivaggio (cioè la cesura) fra parti maschili e parti femminili ed il
dialogo interno fra queste due parti.
8. L'influenza che il permanere in una situazione di passaggio
perpetuo alla paternità ed alla maternità comporta sul
burn out della educatrice di asilo nido
La Dragonas e la Nazirei,
parlando dell'ingresso dell'uomo nel mondo dei padri, definiscono questo
importante momento dell'età adulta come "passaggio
alla paternità".
Allo stesso modo potremmo dire che anche il momento in cui la donna si appresta
a diventare madre per la prima volta potrebbe essere definito come "passaggio
alla maternità".
Resta inteso però che, in un caso e nell'altro, questo importante passaggio -che
spesso corona il nostro diventare adulti (e che sul piano simbolico, per chi
sceglie di non avere figli, è definito da un'attività creativa e (ri\)produttiva)-
è contraddistinto da una prospettiva di sviluppo e di trasformazione delle
funzioni connesse con la genitorialità che fanno si che sulla scena familiare i
protagonisti si vengono a trovare di fronte ad un canovaccio in continua trasformazione per gli elementi di novità
connesse con la crescita dei figli, con le loro sempre più imperiose richieste
di autonomia, con le loro effettive conquiste, con il nostro rispecchiarci
nell'uno o nell'altro aspetto di noi che vediamo, o non vediamo, in loro, con il
nostro invecchiare, etc.
Nel nido, però, così come in una qualsiasi altra attività formativa,
l'educatrice si trova in una situazione di blocco, che può essere
più o meno compensata dalle proprie altre funzioni sociali riproduttive, ma che
rimane, a nostro avviso, e pesa come un macigno sull'equilibrio psichico delle
educatrici: si ha a che fare per una vita sempre con le stesse funzioni
genitoriali, nel caso del nido con quelle connesse con le prime esigenze di
crescita psicologica del bambino.
Questo connota il lavoro delle educatrici in maniera del tutto specifica
rispetto a quello dei genitori e può diventare usurante.
La Benedek ([16])
sostiene che, durante la crescita del bambino, i genitori hanno la possibilità
di vedere rispecchiate in lui varie parti di se stessi, e sostiene altresì che,
a seconda di come sono stati vissuti da loro stessi, nella loro infanzia, quegli
elementi che ora vedono riflessi nel loro bambino, si sentiranno più o meno a
loro agio nel processo educativo.
Nel caso delle educatrici di nido, e più in generale in tutti gli educatori, la
riflessione della Benedek potrebbe, a nostro avviso, essere ridefinita in
questi termini: il burn out, e cioè l'usura sul lavoro sarà più accentuata
laddove all'interno della propria storia personale le prime fasi della propria
vita siano state travagliate e penose. In ogni caso però la situazione di blocco
su determinate funzioni genitoriali merita un'attenzione particolare sia per i
vantaggi che ne possono derivare sul piano della competenza e della sicurezza
nell'affrontare sempre le stesse funzioni, sia per il dis\incanto ed il fastidio che, specie in alcune operatrici,
può prima o poi sopraggiungere.
Va detto anche, però, che in un gruppo di educatrici che lavorano a lungo
insieme e che sono accomunate dalla stessa in\lusione gruppale, cioè dagli
stessi ideali (magari solidificati e vivificati da una direzione pedagogica
attenta e lungimirante) è possibile che un profilo di crescita nelle funzioni
genitoriali sia possibile non tanto rispetto ai bambini, ma rispetto al gruppo
stesso, alle nuove arrivate, alle migrazioni interne, cioè ai nuovi
accoppiamenti che è possibile metter in piedi al fine di coniugare (nel senso di
congiungere) nuove "famiglie" in nuovi progetti di vita istituzionale.
I
problemi che su questo piano è possibile affrontare, come è già implicito in
quanto fin qui detto, sono quelli della risoluzione del burn out, quelli della
pianificazione degli accoppiamenti e dei "divorzi", quelli delle operazioni
possibili per mantenere in piedi un clima di creatività e di produttività che
non sia visto come un dovere verso i lari, gli antenati, il nostro passato di "missionariato
sociale", come diceva tempo fa una nostra collega modenese ([17]),
ma come il risultato degli accoppiamenti fra parti maschili e femminili, fra
parti adulte e bambine, fra parti egoiche,
superegoiche ed ideali, etc. che costituiscono il nostro patrimonio sia se ci
consideriamo individualmente, sia ancor di più se ci consideriamo come gruppo .
E soprattutto se ci collochiamo all'interno di un percorso storico di
crescita,di cammino che va avanti ,quindi che cambia e non corre il rischio di
diventare un mito,sempre uguale a se stesso , circolare e quindi sterile e
allucinatorio.
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