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Intervista a "Inchiostro Rosso"

giornale studentesco dell'UDU di Reggio Emilia

di L. Angelini

Inverno 2004 - 2005

 

Ci puoi spiegare, con parole semplici e concetti chiari, cos'è il welfare?

E’ un sistema di tutele e di redistribuzione delle risorse, nato in occidente nella seconda metà del ‘900 sotto la spinta del movimento dei lavoratori, che mira ad istituire un insieme di tutele a favore dei lavoratori e dei deboli. Funziona grosso modo così: lo stato e gli enti locali da una parte drenano risorse attraverso le varie forme di tassazione, dall’altra offrono ai cittadini servizi gratuiti (sanità, nidi, scuola, assistenza) o facilitazioni per l’acquisto di case popolari, etc., o, ed è il caso delle pensioni, forme di accantonamento delle risorse da erogare allorché il cittadino risulta più debole ed indifeso.

Parlando in particolare di Reggio, cos'è stato e cos'è il welfare reggiano?

In breve un welfare locale di prim’ordine, nato all’epoca del primo centrosinistra, che promosse la prima, sia pur timida forma di decentramento in Italia, ma fortemente voluto nella nostra provincia fin dall’immediato dopoguerra dal movimento operaio reggiano e soprattutto dal movimento delle donne comuniste (UDI). Un welfare che, fin dai primi vagiti, ebbe un’impronta fortemente innovativa e creativa grazie ad una sorta di alleanza fra tecnici esperti (Jervis e Malaguzzi innanzitutto) ed amministratori  lungimiranti ed accorti (Velia Vallini, Lidia Greci, Loretta Giaroni, Giuseppe Gherpelli, etc).

Da tempo, nei nostri documenti parliamo di welfare studentesco, intendendo con questo un sistema integrato di sostegno agli studenti: qual è la tua posizione in merito?

Gli studenti sono i lavoratori di domani. Investire su di essi significa investire sul nostro futuro. Per cui da una parte io vedo il welfare studentesco come un investimento sul futuro della nostra società, dall’altra come una applicazione del dettato costituzionale in base al quale occorre che lo stato faciliti la prosecuzione negli studi degli studenti meritevoli provenienti dalle classi sociali più deboli facendo da contraltare alla tendenza spontanea ad una selezione di censo che altrimenti promuoverebbe solo coloro che provengono dai ceti abbienti. E mi pare che lottare per un welfare studentesco oggi significhi contrastare la riforma Moratti e, prima ancora, la linea imbelle dell’ultimo centrosinistra che, attraverso l’aziendalizzazione e la privatizzazione della scuola, di fatto ci riportano ad una selezione di censo che non promuove i meritevoli, ma i figli di papà.

Quali sono le tue proposte per ricreare un sistema di welfare nella nostra città e nella nostra provincia?

Attraverso una lotta contro la sua privatizzazione, aziendalizzazione, dismissione.

Attraverso un attenta opera di riesame della città e del territorio, in modo da individuare i nuovi bisogni reali, le nuove classi sociali, i nuovi soggetti deboli: solo così sarà possibile progettare un nuovo welfare adatto all’oggi che tuteli realmente i portatori dei nuovi bisogni, così come dei vecchi rimasti inevasi, e che contrasti le logiche neoliberiste che a destra e a manca purtroppo oggi imperano. E se tu mi chiedi chi potrà fare questa inchiesta e promuovere questa lotta io ti rispondo: perché intanto non cominciate voi studenti col riconoscere nei nuovi poveri, nei nuovi arrivati, con le loro braccia e senza le loro famiglie, i vostri simili?

 

In questi anni si sta passando da un sistema di welfare ad uno di workfare. Quali sono e saranno le conseguenze?

Il cosiddetto workfare viene un’idea blairiana e neoliberista in base alla quale la lotta al precariato ed alla disoccupazione verrebbe fatta offrendo un lavoro qualsiasi e in ogni dove a chi ne rimane senza. Si tratta di una ricetta che serve solo a coprire il reale livello di disoccupazione, di un intervento caritatevole, ex post, che cioè scatta solo quando il lavoratore è sul lastrico. In una parola di una soluzione che inchioda il lavoratore disoccupato in una condizione di dipendenza dallo stato e lo priva di ogni prospettiva di benessere e di speranza per il futuro. Insomma di una soluzione pessima e non dignitosa per i lavoratori più giovani, e ancor di più per quelli più anziani che, una volta imboccata la strada della disoccupazione, sono posti in una condizione di non ritorno.