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IL  CORPO  TRA  PIACERE  E  PRINCIPIO  DI  REALTA’

 di  Deliana Bertani

  

Quando la dott. Tromellini mi  chiese di essere con voi in una serata di questo ciclo di incontri, mi disse espressamente che dovevamo individuare un argomento leggero, piacevole dopo tanto parlare di dolore e di morte, dovevamo parlare di un corpo che gode, che si diverte, che ha buone esperienze sessuali ecc. Dovevamo parlarne in modo chiaro ma non banale dato che questo lo fa già la TV, i rotocalchi ecc. Abbiamo trovato questo titolo che ci sembrava potesse corrispondere a quelle richieste.

Quando mi sono messa a pensare a cosa potevo dire  , mi è saltato subito agli occhi che mi ero cacciata in un guaio . Avrei dovuto parlarvi  di nascita psicologica, di crescita personale, del cammino che facciamo durante tutto l’arco della nostra vita per imparare a conoscere chi siamo ed esplorare l’arco delle nostre potenzialità e la nostra capacità di rapporto con noi stessi e con il mondo. Non solo ma come si fa a parlare di corpo senza vederlo nel suo rapporto con la natura e la cultura, con l’ anima ? Potevo evitare di affrontare il rapporto corpo - mente ? Mi sono resa conto che lo spazio nel quale avrei dovuto cimentarmi era tutt’altro che lieve, simpatico, leggero ,dato che si trascinava dietro praticamente uno dei temi centrali della cultura occidentale a partire dalla filosofia greca attraverso, attraverso la cultura giudaico cristiana, il razionalismo, il pensiero marxiano e Darwin ,Freud,, il pensiero del novecento, e tutto quello che sul corpo ha detto il movimento femminista ,solo per citare alcune cose. Non potevo fare una cosa di questo genere semmai ne fossi stata capace.

 Ho pensato quindi  di dire alcune cose  su questi tre entità  corpo ,piacere, realtà sulla loro coniugazione, sul loro stare insieme attingendo alla mia esperienza professionale di persona che ormai da tanti anni fa attività clinica e ha visto come la coniugazione di questi tre termini ha molte facce, infiniti aspetti, contiene il contatto con noi stessi e con gli altri,  l’amore, la paura , l’odio, il potere, il contatto, la separatezza, l’azione, il desiderio, la forza che ci trascina, l’impulso dominabile, la spinta alla trascendenza.

Proverò a fare questo tipo di esplorazione, sperando di contribuire alla nostra felicità, così come mi aveva chiesto la dott. Tromellini.

Cominciamo dal corpo.

Il corpo è la nostra parte più conformista, quella su cui si imprime in maniera indelebile il marchio della cultura e della condizione socio economica di appartenenza. Il nostro corpo ci appartiene solo in parte, esposto com’è alle pressioni della pubblicità, della moda e prima ancora agli imperativi spesso contraddittori del potere, della morale, e dell’efficienza. Per il resto siamo noi ad appartenergli. Apparteniamo al nostro corpo perché per una buona metà esso appartiene alla cultura in cui ci troviamo a vivere, alla società in cui ci è capitato di nascere e di crescere. Ogni epoca , ogni società stabilisce infatti un rapporto con il corpo che fa da filtro culturale per la percezione che ognuno riesce ad avere di se stesso e del proprio fisico.

Espressione condensata e deposito di gesti, comportamenti e pratiche che la società legittima e riconosce , questo corpo anonimo, questo corpo collettivo o meglio questa rappresentazione collettiva del corpo ,nel momento stesso in cui ci fa da tramite e in un certo senso ci facilita il rapporto con il nostro corpo ,ce lo rende però anche altro da noi, irrimediabilmente estraneo e irraggiungibile.

Ogni cultura cioè  “ inforca un paio di lenti “ prodotto da ciò che essa stessa impara a perseguire e a rimuovere, in base alle proprie mutevoli esigenze materiali e spirituali, un paio di lenti attraverso cui  vede ( anche ) il corpo.

In termini culturali quindi non esiste il corpo, ma innumerevoli immagini del corpo, frutto delle innumerevoli riflessioni sul corpo che ogni cultura umana, nel corso del suo divenire storico, fa in base al mutare delle proprie ragioni di vita.

Ognuno di noi ha una sua immagine del corpo :

·       in quanto appartenenti a una determinata cultura posta nello spazio e nel tempo

·       in quanto appartenenti ad una determinata professionalità, anch’essa determinata storicamente e geograficamente

·       in quanto appartenenti ad una gens ,cioè ad una famiglia

·       ...e in quanto noi stessi e solo noi stessi ,sempre comunque determinati storicamente e geograficamente

Ognuno di noi dice però anche “ Il mio corpo non è lo stesso del vostro “ .Il corpo infatti è anche quella differenza irriducibile che in parte funziona come principio di strutturazione nella costituzione della personalità ;che rivendicando la propria differenza si pone come principio di individuazione.

E’ proprio dal corpo ,dalle sensazioni e dalle percezione che da questo riceve che il bambino comincia il suo cammino verso la separazione dalla madre e l’individuazione di sé ,cammino che lo porterà a diventare una persona  automa e consapevole.

La consapevolezza del proprio corpo è la premessa basilare necessaria per dotarsi di quella scoperta di sé, o se vogliamo di quella elementare riflessività che ci fa sapere di esistere. D

Dopo l’anno e mezzo i bambini macchiati in viso a loro insaputa con un colore e posti davanti allo specchio, immediatamente toccano il proprio viso sulla macchia , e lo stesso fa lo scimpanzè adulto : ma non lo fanno altri animali , né  è in grado di farlo il bambino prima di una certa età. Ognuno di noi si appropria piano piano del proprio corpo e , allo stesso modo di una coscienza di sé.

E’ opportuno dire che l’ autoconsapevolezza adulta è ancora più complessa. Infatti all’età di due anni il bambino si è in genere già impadronito dello spazio soggettivo-oggettivo del corpo, ma non ancora dello spazio virtuale della mente

. Egli ad esempio non riesce ancora a collocare i sogni ; li considera o eventi reali, o visioni “mandate da fuori “ che hanno popolato la sua stanza da letto. Non esiste ancora  “lo spazio interno “ dell’esperienzialità e dell’ immaginario: o per meglio dire ,esiste, ma non viene riconosciuto come tale. In altre parole il bambino a due anni ,ma anche a tre, non riesce a oggettivare la propria soggettività , sapendo che è la propria soggettività.

Quindi , come ogni altro organismo animale, l’uomo è un corpo, ma a differenza delle altre specie, l’uomo ha un corpo .

 L’uomo fa esperienza di sé come entità che non si identifica con il suo corpo ma che al contrario ha quel corpo a sua disposizione

 Ognuno di noi è il proprio corpo e al tempo stesso è il proprio corpo : e da questa duplicità, e da questa insopprimibile ambiguità, chiunque trae non pochi problemi dalla nascita alla morte. Non è facile vivere il proprio corpo, né prenderlo in esame , né occuparsene con un minimo di razionalità.

Esso ci fornisce grandi piaceri, ma anche non pochi dolori ; è lo strumento e al tempo stesso il compagno della nostra vita, ma spesso ci appare misterioso e inatteso, e a volte anche ingrato, estraneo e minaccioso.. Non è facile accettare né la malattia né l’invecchiamento.

Molte persone provano un’ invincibile ripugnanza a guardare con l’aiuto di uno specchio nei dettagli della propria bocca, o negli anfratti della zona genitale ; moltissime altre non lo amano affatto o lo considerano francamente ostile. Quelli che lo maltrattano e cercano di ignorarne le richieste , ad es. fumando, bevendo , mangiando troppo, spesso sono gli stessi che lo vivono poi come traditore , spaventandosi di fronte ai segnali di malattia e attendendo con ansia le vendette del cancro, o dell’infarto. C’è chi riesce a tirare  avanti per molti anni considerandola una macchina alla quale basta comandare con la mente e che va portata dal medico per la manutenzione o le riparazioni disinteressandosi quasi quasi della sua presenza.

La maggior parte di noi invece, non si sa se per sua fortuna o per disgrazia, vive il corpo con maggiore consapevolezza delle sue contraddizioni, cioè in ultima analisi con maggiore autenticità e quindi naturalmente, con molti conflitti : però di solito con pochissima chiarezza di idee.

Quel corpo a disposizione ,  infatti,  sfugge anche alla sua origine naturale per rivelarsi un prodotto culturale che come tale varia da cultura a cultura, da epoca a epoca , come si diceva all’inizio .

Ognuno di noi , quindi ha il proprio corpo, lo perde , lo ritrova,  lo abbandona ,lo rifiuta , lo ricerca ecc. Si abbandona quando diventa fonte di dolore e umiliazione invece che di piacere e orgoglio.

Lla cultura  ci fornisce di epoca in epoca, immagini collettive del corpo, il corpo  rivendica la propria differenza irriducibile che funziona come principio di strutturazione nella costituzione di una soggettività , come principio di individuazione.

Il senso dell’ identità scaturisce dalla percezione del contatto con il corpo. Per sapere chi siamo dobbiamo essere consapevoli di ciò che sentiamo, dell’espressione del nostro viso, del nostro orientamento, del modo in cui ci muoviamo. Nella persona sana l’Io è identificato con il corpo e la conoscenza dell’identità scaturisce dalla percezione del    corpo.

Nella nostra civiltà la maggior parte delle persone soffre di confusione di identità

.Molti lottano con un diffuso senso di irrealtà circa se stessi e la propria vita.

 Si disperano quando l’immagine dell’ Io che hanno creato si rivela vuota e priva di significato.

Si sentono minacciati e si infuriano quando qualcuno mette in discussione il ruolo che hanno adottato nella vita.

Presto o tardi l’identità basata su un’immagine di sé o su un ruolo non da più soddisfazione ,perché l’immagine spesso si riferisce a simboli e concezioni mentali in opposizione alla realtà dell’esperienza fisica ; quando non c’è connessione con il sentimento  o con la sensazione l’immagine di sé perde il contatto con la realtà ( portato all’estremo il pazzo che crede di essere garibaldi )  diventa una concezione mentale che, sovrapposta all’essere fisico, riduce l’esistenza corporea a un ruolo sussidiario. Il corpo diventa uno strumento al servizio dell’immagine. L’individuo è alienato dalla realtà del suo corpo.

Noi abbiamo esperienza della realtà solo per mezzo del corpo. L’ambiente esterno ci impressiona perché investe il nostro corpo e tocca i nostri sensi. In reazione a questo stimolo noi agiamo sull’ambiente. Più vivo è il corpo, più vivide sono le sue percezioni e più attive le sue reazioni. Troppa enfasi sulla funzione dell’immagine ci rende ciechi alla realtà della vita del corpo e delle sensazioni. E’ il corpo che si strugge d’amore, raggela di paura, trema di collera e si protende verso il calore e il contatto.

Separate dal corpo queste parole sono immagini poetiche.

L’esperienza nel corpo conferisce loro una realtà che da significato alla vita. Fondata sulla realtà delle sensazioni, l’identità ha una solida conformazione. Astratta da questa realtà, diventa un artificio sociale, uno scheletro senza carne; e l’individuo è alienato dalla realtà del suo corpo.

L’elaborazione dell’immagine è una funzione dell’io. L’Io, come ha detto Freud, è prima di tutto e principalmente un Io corporeo. Man mano che si sviluppa, tuttavia, diventa antitetico al corpo, cioè inalbera dei valori in opposizione a quelli del corpo. A livello del corpo l’uomo è un animale, centrato su se stesso e orientato al piacere e alla soddisfazione dei bisogni, A livello dell’ Io è un essere ragionevole e creativo, una creatura sociale con attività dirette alla conquista del potere e alla trasformazione dell’ambiente. Di norma lIo e il corpo stabiliscono una stretta collaborazione funzionale. Nella persona sana l’io ha il compito di assecondare il principio di piacere del corpo. Nella persona disturbata emotivamente l’io prevale e afferma la superiorità dei suoi valori, scindendo così l’unità dell’organismo e mutando in conflitto aperto la collaborazione funzionale.

Il conflitto fra l’Io e il corpo può essere di varia natura :

·       l’ Io vuole sottomettere il corpo e dominarlo

·       l’ Io lo nega

·       l’ Io se ne dissocia

Le differenze diventano chiare nel modo in cui queste differenti personalità reagiscono all’impulso sessuale. Per l’ Io sano il sesso è un’ espressione d’amore, per l’ Io emotivamente disturbato sarà un mezzo di conquista, di affermazione, di profonda regressione,  sarà fonte di colpa e origine di angoscia o addirittura non avrà senso.

Non solo,  la persona sana fa sport per il piacere dell’attività e del moto, la persona disturbata per avere un maggiore controllo sul corpo.

 

A questo punto dobbiamo introdurre l’altro termine : Il principio di realtà.

 

Abbiamo parlato di corpo , di individuazione che prende avvio dal corpo, di io corporeo che mano a mano che si sviluppa diventa antitetico con il corpo stesso, abbiamo parlato di conflitti fra io e corpo. Infatti l’io deve mediare fra il corpo, i suoi sentimenti, le sue sensazioni, i suoi desideri, i suoi stimoli e il mondo esterno.

L’ io ha  il compito di mediare, coordinare,, alterare, organizzare gli impulsi in modo da ridurre al minimo i conflitti con la realtà : nel reprimere gli impulsi che sono incompatibili con la realtà : reprime gli impulsi che sono incompatibili con la realtà,  ne concilia altri con la realtà stessa, ne modifica altri ancora, ne devia la soddisfazione ,li amalgama.

L’io media con la realtà e lo fa attraverso il principio di realtà che impone le sue restrizioni.

Restrizioni che all’inizio del cammino di crescita sono esterne ( i genitori, altri rappresentanti della società, i modelli culturali ) e che poi  vengono introiettate dall’ Io e fatte proprie e ne diventano la sua coscienza, il suo super Io.

Il corpo con i suoi impulsi, i i suoi desideri non potrebbe sopravvivere al mondo esterno senza qualcuno che gli faccia prendere in considerazione la superiorità delle forze esterne.

L’io da un lato difende il corpo dalla realtà esterna , dall’altro respinge  quegli impulsi della realtà interna che se soddisfatti distruggerebbero la vita.

Questo doppio sistema di difesa si paga, a volte duramente.

Il principio di realtà sorregge l’organismo nel mondo esterno e assume di epoca in epoca caratteristiche storiche diverse poiché ogni forma di principio di realtà è incorporata in un sistema di istituzioni e relazioni, di leggi e valori della società che trasmettono e impongono determinate richieste di modificazione degli istinti, delle modalità di soddisfazione.

Nella storia della civiltà ,il principio di realtà spesso si è collegato in modo inestricabile con  leggi e principi addizionali dettati non dalla necessità di mediazione dell’ Io ma da esigenze di una specifica organizzazione sociale che ha ingabbiato, ingessato, alienato  e utilizzato il corpo, le sue sensazioni, i suoi impulsi.

In uno sviluppo sufficientemente sano, in una società sufficientemente sana riusciamo a vivere e a coniugare corpo piacere e principio di realtà.

Desideriamo ciò che riteniamo si debba desiderare , le nostre soddisfazioni sono vantaggiose per noi e per gli altri. Riusciamo ragionevolmente a essere felici. E questa felicità che godiamo frammentariamente durante le poche ore di ozio e talvolta anche durante il lavoro , ci permette di continuare a vivere e svolgere la nostra attività .

Il costo che dobbiamo pagare, la repressione, l’azione del principio di realtà scompare nell’ ordine delle cose che ci ricompensa più o meno adeguatamente nella misura in cui ci adattiamo a questa situazione. Il nostro piacere si conforma alla nostra attività nella società.

Questo quando l’Io riesce a mediare fra mondo interno e mondo esterno e quando il mondo esterno è decente.

Il senso di colpa fa parte del costo.

Ma prima vediamo ora  Piacere

C’è molta confusione sul concetto di piacere. La cultura nella quale viviamo valuta il sapere al di sopra dell’emozione,  il potere al di sopra del piacere, e la mente al di sopra del corpo. Il piacere è ancora peccato. A nessuno che ha fatto programmi e riforme di programmi scolastici è mai passato per la testa che la scuola dovrebbe riconoscere che la spontaneità e il piacere sono altrettanto importanti che la produttività e le realizzazioni.

 Viene visto spesso come un requisito indispensabile per la vita, per la crescita ; ma c’è ancora chi lo vede come una tentazione diabolica, qualcosa da negarsi, n vortice istintuale che annulla la razionalità e la mente, la perdita di controllo che ci riporta nel regno animale.

Oggi apparentemente sembrano sconfitte le remore e le inibizioni, quei divieti morali che impedivano la ricerca del piacere : esso viene cercato incessantemente, viene consumato incessantemente. Ma a dispetto di tutto ciò, il vissuto del godimento resta limitato, problematico,  difficile .

 Perché? Perché l’ Io deve mediare , perché il piacere deve fare i conti con il principio di realtà

 C’è chi non riesce ad accettare questa dimensione della vita, e con una sorta di malinteso senso di colpa teme che dovrà pagare per i pochi attimi belli che si concede ; tale negazione del piacere in senso di espiazi0ne è ancora molto diffusa. Poche persone riescono ad accettare il piacere con naturalezza, come esperienza cui hanno diritto e come parte della vita stessa . Pochi riescono poi a imparare a gioire delle cose dell’esistenza, anziché solo del consumo di determinate, limitate esperienze.

Non abbiamo nella nostra cultura un’ educazione al piacere .Anzi un malinteso modello di religiosità ci induce al sacrificio e alla mortificazione, al non concederci qualcosa solo per il nostro piacere.

Un atteggiamento abbastanza comune è quello di chi vuole avere, dominare il piacere anziché viverlo :perché il possesso implica il controllo.

C’è differenza tra il piacere che si cerca, quello che si ha e quello che si vive.

Il piacere che si ha ,che si cerca ci lascia sempre un po’ spettatori di noi stessi che cerchiamo il piacere. ( io e Annie) Vivere il piacere è più difficile perché significa colmare il distacco fra sé e l’esperienza vissuta, è difficile perché il piacere vero è qualcosa che cambia dentro. Ecco perché fa paura. Un’ esperienza di questo genere è un momento di crescita e di scoperta personale, il piacere vissuto è individuale e non standardizzato. E’ un viaggio all’interno del nostro sistema psicofisico, che non ha nulla a che fare con questioni come performance, affermazioni narcisistiche, numero di amanti, numero di coiti ecc.  E’ un momento di equilibrio , un frammento di felicità come si diceva prima, che possiamo godere.

Il senso di colpa è  spesso  lo scomodo  retrogusto del piacere  ; il senso di colpa, il bisogno di punizione generato dalle trasgressioni o dal desiderio di  trasgressione permea la vita psichica, è uno dei costi che paghiamo nella mediazione.

Distrugge l’ integrità dei rapporti e altera il comportamento. Un rapporto sufficientemente buono si mantiene grazie al piacere e alla soddisfazione che procura. Quando subentra il senso di colpa, piacere e soddisfazione scompaiono. Gli effetti devastanti del senso di colpa si vedono quotidianamente nel rapporto genitori - figli, o marito -moglie , nei percorsi di crescita, nelle scelte che si fanno. Il senso di colpa è un sentimento intellettuale perchè si sviluppa  quando un sentimento è soggetto a giudizio morale. Se il giudizio è negativo, il sentimento si associa al senso di colpa; se il giudizio è positivo , si associa alla virtù. Si insegna al bambino come comportarsi e lo si rende consapevole dell’effetto che le sue azioni hanno sugli altri. Ma non gli si può insegnare come provare un sentimento . Si insegnerà al bambino ( si dovrebbe insegnare ) a riconoscere i suoi sentimenti a dare un nome a quelle reazioni che avvengono in lui, nel suo corpo al di là della sua volontà, al di là dei dettami del suo  Io.

 Criticare i suoi sentimenti lo si porta solo al senso di colpa.

 Renderlo responsabile dei suoi sentimenti non lo si rende più buono, bravo, sociale ,educato ecc., ma più inibito e, infelice, poco sicuro di sé ,pieno di sensi di colpa e di vergogna si sentirà cattivo, perché i suoi sentimenti sono stati giudicati tali .

La vita sociale sarebbe impossibile senza senso di responsabilità, che però non è senso di colpa.

Si è responsabili delle proprie azioni e non dei propri sentimenti. Una persona sana che si sente in collera o sessualmente eccitata è in grado di contenere i suoi sentimenti fino a che non gli si presenta un modo socialmente accettabile di tradurli in atti ,o di esprimerli. Questo è un comportamento responsabile. Quando però si giudica cattivo un sentimento lo si reprimerà e ci si condannerà per averlo provato. L’azione che ne risulterà non corrisponderà più al sentimento originale, ma rifletterà il senso di colpa e la condanna. La rimozione e la repressione finale del sentimento porterà a  un indebolimento dell’Io  e insidierà la sua capacità di agire responsabilmente.

Si dovrebbe distinguere fra concetto di colpa e senso di colpa  :una persona è colpevole se ha commesso cattive azioni, ma non è colpevole di sentimenti che ha provato. Nella vita quotidiana , la colpa è attribuita ai sentimenti anche più che alle azioni e questo ci porta molto lontano dal piacere o meglio dalla possibilità di vivere il piacere.

Perché questa parentesi sul senso di colpa ?  Perché è questo quello che più spesso avvertiamo  del processo di mediazione, di coniugazione fra corpo, piacere e principio di realtà.

 Il contatto col corpo fornisce all’Io la comprensione della realtà interna , la sensibilità ;  la conoscenza gli da una presa sulla realtà esterna. Queste due realtà sono spesso in conflitto e la nostra comprensione della vita è spesso confusa e  il cammino per diventare quello che si è fisicamente, emotivamente, intellettualmente ,ancora più arduo,  la possibilità di amarci ancora più lontana. Quando ci si ama anche gli altri diventano più belli , anche il mondo ci piace di più.

Il piacere di farsi ammirare e accettare è proporzionale alla capacità di mostrarsi , senza nascondersi.

L’accettazione dello sguardo altrui  è per es un tema di grande importanza nella vita delle donne. Proprio per tale sguardo a volte si sceglie di indossare delle maschere, per nascondere il corpo , la mente i sentimenti nel terrore di essere giudicati brutti, inaccettabile , e che questo porti al rifiuto, all’ isolamento, all’abbandono.

Prima dicevo si dovrebbe insegnare ai bambini a riflettere, a dare un nome ai propri sentimenti, a non giudicarli , a non negarli ,a non reprimerli

 Questo ci darebbe una mano da grandi a non mettere in atto le nostre frustrazioni, la rabbia i sensi di colpa  con comportamenti compulsivi. Ad es mangiare in eccesso serve a ridurre il senso di frustrazione, a esprimere la rabbia, e a mettere a fuoco il senso di colpa. Mangiare e divorare sono modalità infantili di esprimere l’aggressività. Ricordo una ragazza che avevo in terapia che un giorno mi disse : “ mangio ,mangio ma non provo gusto, è come se non ne avessi il diritto “. L’angoscia la paura di provare sentimenti nuovi sconosciuti  ci impedisce di addormentarci di lasciarci andare,  di discendere nell’ignoto.

Il comportamento autodistruttivo cui assistiamo nell’alcolismo, nella tossicodipendenza, la delinquenza riflettono la paradossale “ tecnica di sopravvivenza “ escogitata  da chi si sente isolato, rifiutato , respinto.

Il mascheramento del corpo cela meccanismi  narcisistici e di insicurezza, un tentativo di fare amare il “ fuori “ visto che il dentro, l’ interiorità si considera inaccettabile.

 Insegnare a riflettere sui propri sentimenti, dare loro un nome, non significa spingere a  metterli in diretta, a essere spudorati  come ci spingerebbe a fare la TV, i giornali che con sempre più insistenza irrompono in modo indiscreto nella parte più intima , discreta dell’individuo per ottenere emozioni in diretta, esibizioni  di sé come fatto di sincerità, di disinibizione, di salute psichica addirittura. Di intimo rimarrebbe solo il dolore, la malattia, la solitudine, da gestire possibilmente con il Prozac, che fa miracoli, che si fa presto a dare , che non costringe ad ascoltare, che scambia  la psiche con in laboratorio chimico, che rende felici subito.

Forse che andrà a finire che l’ultima parola sulla coniugazione fra corpo , piacere,  principio di realtà , i problemi, i conflitti che scaturiscono dalla necessità di trovare delle mediazioni per tenere insieme questi tre istanze,  sarà affidata  ad un farmaco di cui si vede solo l’aspetto di rimedio e non quello di veleno. ?  E l’aspetto di veleno del farmaco è nel far tacere quel che non si ha più la voglia di dire, perché intorno a noi non c’è più nessuno disposto ad ascoltare. 

                                                                                                     

 

 

 

 



[1]. Cfr. L.Angelini, Il bambino piccolo nel gruppo di pari, in L.Angelini e D.Bertani, 1995, Il bambino che è in noi, Unicopli, Milano

 

[2].Cfr. L.Angelini e D.Bertani, 1995, op.cit.

 

[3].Cfr. soprattutto, a) nell'ambito del femminismo americano: C.Gilligan, 1987, Con voce di donna, Feltrinelli, Milano; N.Chodorow, 1991, La funzione materna, La Tartaruga, Milano;

 M.M.Johnson, 1995, Madri forti mogli deboli, Il Mulino, Bologna.

b) nell'ambito del femminismo di stampo marxista: J.Mitchell, 1972, La condizione della donna, Einaudi, Torino; J.Mitchell, 1976, Psicoanalisi e femminismo, Einaudi, Torino. c) nell'ambito del femminismo europeo: S.De Beauvoir, 1965, Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano; A.Carter, 1986, La donna sadiana, Feltrinelli, Milano; L. Muraro, L'ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma; d) in ambito psicoanalitico: H.l.Deutsch, 1968, Psicologia della donna, Boringhieri, Torino; L.Baruffi (a cura di),1979, Il desiderio di maternità, Boringhieri, Torino; J. Chasseguet-Smirgel, 1978, La sessualità femminile, Laterza, Bari;

J.Chasseguet-Smirgel, 1991, I due alberi del giardino, Feltrinelli, Milano; M. Mitcherlich, 1992, La donna non aggressiva, La Tartaruga, Milano;  S. Vegetti Finzi, 1990, Il bambino della notte, Divenire donna divenire madre, Mondadori, Milano.

 

[4].Cfr. soprattutto: I.Magli, 1982, La femmina dell'uomo, Laterza, Bari; Ch.Saraceno, 1987, Pluralità e mutamento, riflessioni sull'identità femminile, F.Angeli, Milano; L.Balbo et al., 1990, Vincoli e strategie nella vita quotidiana, una ricerca in Emilia e Romagna, F.Angeli, Milano; G.Duby, M.Perrot, 1992, Storia delle donne, il novecento, Laterza, Bari; Th.Laqueur, L'identità sessuale dai greci a Freud, Laterza, Bari; M.Bettini,1993, Maschile\femminile, genere e ruoli nelle culture antiche, Laterza, Bari; E.Cantarella, 1995, Secondo natura, Rizzoli, Milano; A.Giddens, 1995, La trsformazione dell'intimità, Il Mulino, Bologna.

 

[5]. M. Malher, 1975, La nascita psicologica del bambino, Boringhieri, Milano.

 

[6].Cfr. T.Parsons e R.F.Bales,1974,Famiglia e socializzazione, Mondadori, Milano.

 

[7].Le femministe, in verità, fanno ciò nel tentativo di liberarsi dal peso dell'allevamento, cioè delle funzioni sociali collegate con la maternità (quelle di child rearers).

 

[8]. Cfr. L.Angelini e D.Bertani, Gruppi di educatrici centrati sul rapporto con i genitori, in Angelini e Bertani, 1995, op.cit.; L.Angelni e D.Bertani, Gruppi di educatrici centrati sul rapporto con il bambino, in Angelini e Bertani, 1995, op.cit.-

 

[9]. secondo un ampio spettro di possibilità di elaborazione che va dalla negazione paternità alla mimesi della funzione materna nel parto, come avviene nella couvade.

 

[10]. cfr. D. Naziri e Th.Dragonas, Il passaggio alla paternità: un approccio clinico, In Psychiatrie de l'enfant, 1995, N. (traduzione di L.Angelini)

 

[11]. sul legame fra Idem ed Autos vedi: D.Napolitani, 1988, Individualità e gruppalità, boringhieri, Torino.

 

[12]. Vedi, in precedenza, la nota N.3 a).

 

[13]. Cfr., soprattutto, il testo, già citato di M. Mitcherlich, in cui l'autrice fa notare come l'autonomia o la dipendenza delle psicoanaliste nei confronti dell'ipse dixit di S.Freud, sull'argomento, sia legato al momento storico in cui ciascuna di loro ha elaborato la propria posizione. Chi volesse approfondire l'argomento veda il testo in questione.

 

[14]. Cfr. E.Giannini Belotti, 1973, Dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano.

 

[15].Cfr. D.Winnicott, Clivaggio degli elementi maschili e femminili nell'uomo e nella donna, in AA.VV., 1980,  Bisessualità e differenza dei sessi, Savelli, Roma.

 

[16].Cfr Th.Benedek, Essre genitori come fase dello sviluppo, in:Psycoanal. Assn. N.7 del 1959 (Traduzione di L.Angelini e D.Bertani)

 

[17]. Cfr. L:Angelini, Asili nido: le dinamiche presenti nel collettivo delle educatrici, in Angelni, Bertani, 1995, op.cit.-

 

[18]. Cfr. (oltre al testo di L.Angelni sul gruppo precoce di pari, già cit.) l'articolo di W. Muestenberger, Riflessioni culturali comparative sul matrenage multiplo, apparso su Psychiatrie de l'enfance, 1975, XVIII, 1, pp.241-260 (traduzione di L.Angelini)